L’altro e l’altrove. Ripenso spesso a quella notte…

(L’altro e l’altrove, testo narrativo di Gaia Franchi)

 

Ripenso spesso a quella notte. Avevo passato mesi preparandomi a ciò che sarebbe accaduto il giorno dopo e mi ero ripromesso di dormire bene quella notte, così da essere fresco e riposato. La mia insonnia, però, aveva avuto la meglio alla fine e, complice l’agitazione, nemmeno il sonnifero ingurgitato quella sera aveva fatto effetto. Forse, per questo, il piano del giorno successivo, per quanto fosse perfetto, non era andato a buon fine.

Ricordo di aver guardato la sveglia proprio alle sei e dieci, e di aver pensato: “Venti minuti, Marcus. Venti minuti e nessuno potrà più fermarti.”

Dopo aver passato il fatidico lasso di tempo a fissare il soffitto di camera mia, la sveglia aveva suonato. Odiavo quel suono e mi sarei potuto alzare prima in modo da non sentirlo, ma non potevo. Era la mattina del 19 febbraio del 2000 e quel giorno avrei seguito per filo e per segno i piani da me elaborati nei mesi precedenti, e lo avrei fatto a qualsiasi condizione.

Il mio nome è Marcus Reed, matricola 656461, e mi trovo nel braccio della morte a meno di 24 ore dalla mia esecuzione.

Ma torniamo al 19 febbraio del 2000. Cosa è successo quel giorno? Questa è la domanda che tutti si fanno ancora oggi, ma mi sono sempre rifiutato di fare qualsiasi dichiarazione.

Ricapitolando quella giornata infinita, posso dire che mi sono alzato alle sei e trenta, ma questo lo sapete già, mi sono vestito con l’uniforme della scuola e ho riempito la cartella facendo attenzione ad aggiungere tutti gli oggetti previsti nel mio piano, insieme al materiale scolastico. Ho preso la macchina e mi sono recato in una fattoria poco fuori città. Apparteneva alla mia famiglia da sempre, ma ai miei genitori non è mai piaciuto lavorare la terra, né tantomeno accudire il bestiame e, dato che i miei parenti vivevano in un altro stato, lo stabile è sempre rimasto inutilizzato. Sono entrato nella fatiscente tenuta e sono salito al primo piano. Ho aperto la stanza da me prescelta con la chiave che avevo prelevato settimane prima, e una volta nella camera ho adagiato sul letto tutti gli oggetti che mi ero portato da casa. Dopodiché, ho richiuso lo zaino contenente ormai solo libri e appunti e mi sono recato all’università.

Avevo ventun anni quel giorno.

Quella mattina, durante la lezione di chimica, un bidello ha interrotto la lezione per ricordarci che al pomeriggio le lezioni sarebbero saltate a causa di alcuni lavori che andavano svolti all’interno della sede. Noi studenti ovviamente lo sapevamo già, io più di tutti avevo contato su questo breve pomeriggio di vacanza per il mio piano. Non appena ho sentito il suono della campanella di fine mattinata, mi sono avvicinato al posto di una mia compagna: Gwen Tallish. Ricordo di averla osservata intensamente, come se mi volessi assicurare che fosse lei. Aveva i capelli molto lunghi, quasi fino al fondoschiena: erano ricci, castani, con qualche sfumatura rossiccia. La sua particolarità erano gli occhi: erano diversi l’uno dall’altro. Uno era azzurro come il cielo più limpido, l’altro verde come l’erba fresca d’estate. Non appena mi ha visto, ha smesso di armeggiare con il blocco per gli appunti che non riusciva a far entrare in cartella. Sapevo di piacerle, così le ho mostrato il mio sorriso migliore, chiedendole se avesse bisogno d’aiuto. Pochi minuti dopo, l’avevo già invitata a passare con me il pomeriggio e lei ovviamente aveva accettato subito. L’ho fatta salire in macchina aprendole la portiera, e quando lei mi ha fatto notare che casa mia era nella direzione opposta, le ho spiegato di possedere la fattoria in cui mi ero recato quella mattina. Gwen è diventata tutta rossa, chissà a che stava pensando in quel momento.

Ricordo l’adrenalina che mi stava riempiendo il corpo mentre posteggiavo l’auto. Una volta entrati nello stabile, ho invitato Gwen a seguirmi sulle scale e quando siamo entrati nella stanza prescelta, ho chiuso a chiave la porta dietro di noi. Lei sembrava volersi girare per dire qualcosa, ma poi ha notato gli oggetti appoggiati sul letto: una corda, alcuni pezzi di stoffa, un coltello e una pistola carica con un solo proiettile.

Ormai mi sembra ovvio quello che è successo dopo: l’ho uccisa. Vi risparmio i particolari, nessuno saprà mai che cosa è successo in quella stanza. Non avevo nemmeno una vera e propria motivazione, semplicemente volevo sapere che cosa si provasse a togliere la vita ad un’altra persona. Fatto sta che qualche giorno dopo la polizia è venuta a suonare alla mia porta, mi ha portato in centrale e infine mi ha sbattuto in cella. Avevano trovato prove schiaccianti contro di me, a detta loro, ovvero il mio DNA sotto le unghie di Gwen. Aveva lottato dopo aver capito che cosa la aspettava, e io ero già schedato a causa di una bravata commessa all’età di 16 anni, quindi il sistema aveva immediatamente trovato una corrispondenza tra il mio DNA e quello trovato sotto le unghie della ragazza. Così, nel giro di un anno mi sono ritrovato un capo d’accusa per omicidio premeditato e una condanna a morte con iniezione letale.

Ora mi trovo nella cella numero sessantaquattro del braccio della morte, e domani pomeriggio la mia condanna verrà eseguita. La paura che provo in questo momento è innegabile e nessuno mi è venuto a trovare oggi. Non che io sia stupito, ho visto la mia famiglia per l’ultima volta quasi quattro anni fa, mentre dichiaravano la mia colpevolezza. Non si era nemmeno fermata a sentire che cosa mi aspettava per pagare le mie conseguenze. Quando hanno scoperto la mia colpevolezza, se ne sono semplicemente andati, smettendo di riconoscermi come loro figlio, fratello, amico.

Oggi è il 29 novembre del 2003 e mi trovo nella sala delle esecuzioni. Ho visto Eric in fondo alla stanza. È il fratello di Gwen, eravamo amici al liceo, e ora è qui per guardarmi morire. Vedo un uomo con una siringa in mano, e quando me la infila nel braccio, sento bruciare e percepisco un liquido estraneo entrarmi nelle vene. Stringo i denti: non voglio dare spettacolo a coloro che sono venuti ad assistere ai miei ultimi secondi di vita.

Chiudo gli occhi e non sento più nulla.

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