L’altro e l’altrove. Sono distrutta…

(L’altro e l’altrove, testo narrativo di Saoni Avanti Morillo, 4B)

 

Sono distrutta. Il viaggio è un incubo, il mio incubo. È da giorni ormai che non chiudo occhio, passo le notti sdraiata sull’asfalto gelido. Il viaggio è il sogno di ogni siriano, il sogno di mio nonno: tutti partono con la speranza di arrivare in Europa, non importa dove, l’importante è raggiungerla.

È passato un anno, l’anno più lungo della mia vita. Anche se ho solo dieci anni, posso dire che questo è e sarà il peggiore. Mi ha distrutto, non ho fatto altro che piangere, e quando non piangevo gridavo forte, in preda al dolore, ma nessuno mi ascoltava. Neanche mia madre, che, forse perché non poteva consolarmi, voltava la testa e si perdeva nei sui ricordi. I “ricordi salvagenti”, così li chiamava, quei pensieri che quando stai annegando nella tristezza ti tengono a galla, perché quando intraprendi il viaggio perdi tutto: gli oggetti, la dignità, ciò che ti rende diverso da un animale e, per alcuni, anche la voglia di vivere.

Partimmo un sabato sera, io, mia mamma e mio fratello. La scelta di partire fu obbligata dalla morte di mio padre. Senza di lui, vivere in Siria era impossibile: era l’unico che riusciva a portare a casa abbastanza soldi per sfamarci, perché mio fratello di soli tre anni non poteva certo lavorare, e mia madre non riusciva a racimolare più di qualche moneta. La partenza fu l’inizio della fine. Eravamo circa una cinquantina, tra anziani, donne, uomini e bambini, che i trafficanti avevano deciso di far salire sui due pick-up. Avevamo con noi poco più di niente, solo quello a cui il nostro cuore non poteva dire addio: qualche foto di un parente morto, o altri oggetti di nessun valore economico, ma con un enorme valore emotivo. Salimmo sulle vetture: ci fecero sedere uno attaccato all’altro, poco importava quanto ci avrebbero dovuti schiacciare per farci stare tutti. Io ero tenuta in braccio da un uomo, chi fosse non lo so, mentre mio fratello da mia mamma. Ore e ore, forse venti o molte di più, non ne sono sicura, perché dopo una decina di ore senza soste, la cognizione del tempo si volatilizza. Avevamo sete, fame, caldo; l’unica cosa che non avevamo più era la dignità, e il rispetto di noi stessi.

Ci fermammo. Era già buio da diverse ore, ci venne data poca acqua, dal sapore che non descriverò perché farebbe venire i brividi a chiunque, e poco cibo, una sorta di pane bruciacchiato e immangiabile, ma che tutti mangiarono per disperazione.

Riprendemmo il viaggio il mattino successivo. La notte era stata fredda, nessuno aveva dormito forse a causa dei bambini che piangevano, o perché erano impegnati a pregare per i loro cari, morti durante la prima parte del viaggio. Un’altra partenza.

Arrivammo, dopo qualche giorno a bordo di quelle automobili, in una città della Turchia. Avevo perso cinque chili e ne pesavo appena trenta. Scendemmo. Mia mamma portava in braccio mio fratello, che sembrava stesse dormendo. Ci venne indicato uno stabile, vecchio e logorato dal tempo. Una volta entrati, le porte ci furono chiuse alle spalle. Decine di fini tappeti erano disposti su tutto il pavimento. Mia madre scelse di sistemarsi accanto a una parete. Dolcemente, posò mio fratello su un tappeto ricoperto di polvere, poi il suo sguardo si svuotò. Mio fratello non dava segni di vita. Lo scosse, cercando di svegliarlo, ma niente. Allora posò il suo orecchio sul petto del bambino. Poi sollevò la testa dolcemente. In seguito, esplose in un grido di dolore. Ci misi quasi un minuto per realizzare cosa fosse successo, ma appena compresi, le lacrime mi rigarono le guance, pulendole dalla sabbia che le ricopriva.

Non sapevo più da quanto tempo eravamo rinchiusi in quell’edificio, sapevo solo che mio fratello mi aveva lasciato, e mia madre lo stava seguendo. Quando lei morì lasciandomi sola, piansi, ricordo solo questo. L’unica cosa che mi disse fu di lottare, lottare per la mia vita, lottare per arrivare in Europa, lottare e non fermarmi mai davanti a niente. Così mi lasciò, scusandosi per non essere stata abbastanza forte.

Poi, finalmente, ripartimmo. Ci condussero a piedi fino a una stazione, segnata da qualche guerriglia tra bande. Lì c’era un treno merci, pronto ad aspettarci. Fummo spinti come se fossimo degli animali in un vagone già pieno di altre persone senza speranza. Le pareti in ferro bruciavano, il calore soffocava. In quel momento, per la prima volta la desiderai. Anche se mi era stato detto di non chiederla mai, lo feci: desiderai la morte. Volevo morire, perché vivere oramai mi sembrava insensato. La fame mi lacerava lo stomaco, che si contorceva su sé stesso, la sete mi bruciava la gola, come fuoco. Il viaggio durò diversi giorni.

Quando scendemmo da quel treno, i morti erano più dei vivi, nell’aria si poteva percepire l’odore della decomposizione dei cadaveri, e la disperazione dei vivi. La polizia fu la prima cosa che vidi una volta scesa. I trafficanti si diedero alla fuga e subito dopo anche i miei compagni di viaggio. Le gambe mi tremavano, ero debole, ma non ero disposta a essere rimandata in Sira, così corsi. Corsi lontano.

Adesso sono qui, vicino al mare. Posso vedere la Grecia, ma non posso raggiungerla. Mi servono dei soldi per terminare il viaggio che mi ha tolto tutto. Sono seduta sull’asfalto gelido, ho paura di non riuscire ad arrivare, ho paura di essere riportata in Sira. Sono sola, e spero nella compassione altrui.

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