L’altro e l’altrove. Oggi voglio raccontare la mia storia…

(L’altro e l’altrove, testo narrativo di Jan Imperatori, 4D)

 

“Oggi voglio raccontare la mia storia. Il mio nome è Samir, sono un uomo di ottantacinque anni, di origini turche. Quando ero più giovane, ero un controllore di treni ed ero il responsabile del vagone passeggeri del treno che portava dalla Siria alla Turchia.”

Anche io, come Samir, ero un po’ avanti con l’età, e non era nemmeno la prima intervista che facevo, ma vi posso assicurare che di interviste del genere ne ho viste davvero poche nella mia vita.

“Dovevo fare un viaggio al mattino presto, verso le cinque del mattino, e uno in serata, attorno alle sei di sera. Comincio a raccontare del viaggio serale. Potevo far salire sul mio vagone soltanto settanta persone: ad aspettare il treno ce n’erano almeno trecento. Dopo che i settanta fortunati erano riusciti a entrare nel vagone, molti provavano ad entrare, a spingermi, a sfondare le finestre del treno e io, in situazioni estreme, avevo l’ordine di sbottonare la fondina, estrarre la pistola e sparare.”

Dopo quella parola, “sparare”, Samir ha guardato nel vuoto: è rimasto lì così, con gli occhi lucidi, per due minuti. Era immobile, probabilmente nella sua testa stava ripercorrendo tutte le scene. Dopo aver bevuto un sorso d’acqua, ha ripreso:

“Mi odiavano, mi volevano morto ed è proprio questa la cosa che mi faceva stare male, che ancora oggi mi fa venire le lacrime agli occhi, ma io non potevo fare di più per queste persone. È capitato che ne facevo salire ottanta o novanta, anziché settanta. Quando arrivavano a destinazione, facevano scendere settanta persone dal vagone e chi era di troppo rimaneva sul treno. Volevo fare di più, volevo essere ricordato come un amico, come quello che ha aiutato il popolo siriano, quello la cui storia i nonni raccontano ai nipotini; invece sono passato per il vigliacco, il falso, quello che odiava il popolo siriano e provava felicità nel vedere poveri uomini che non potevano salire su un treno, che provava felicità quando sentiva quello SBAM e vedeva l’uomo che provava ad entrare morire davanti ai suoi occhi.”

Dopo questa frase, Samir è scoppiato: ha cominciato a piangere come un bambino, non riusciva più a smettere. Gli ho proposto di finire l’intervista, ma non ha voluto: voleva raccontare tutto quello che si era tenuto dentro in questi anni.

“Il viaggio mattutino era ancora più duro per me. C’erano molte meno persone che volevano salire sul treno e magari, sul mio vagone, solo sei o sette non potevano salire. Accanto ai binari però, una grande fetta degli uomini che il giorno precedente non era riuscita a salire sul treno, era lì che giaceva morta. Non potete immaginare cosa si provi a vedere tutti quei corpi uno sopra all’altro, alcuni sfracellati dall’arrivo dei treni, brandelli di carne sparsi ovunque. Uomini che il giorno prima avevo supplicato di allontanarsi dal vagone perché non volevo sparare loro, giacevano a terra, morti. Le persone che salivano sul treno erano inzuppate di sangue, malate e raffreddate per aver passato la notte all’esterno.”

Era veramente assurdo: come si poteva non percepire il dolore che Samir aveva passato in tutti questi anni? Lo si vedeva dagli occhi di questo povero uomo che era un buono, uno che non avrebbe mai fatto del male a nessuno se non fosse stato necessario, o se certe persone non glielo avessero imposto.

Circa a metà dell’intervista, ho maturato la scelta che quella a Samir sarebbe stata la mia ultima intervista. Ero un uomo più ricco, non economicamente, bensì emotivamente. Grazie alle parole, ma soprattutto alle emozioni che Samir mi ha fatto provare, ho compreso che la mia vita non sarebbe più stata dalla mattina presto fino alla sera in uno studio televisivo, bensì sarebbe stata a casa con i miei nipotini, ai quali sicuramente avrei raccontato di Samir, quell’uomo che, senza saperlo, ha fatto del bene a me, alla mia famiglia e a tutte le persone che hanno avuto la fortuna di essere in studio durante l’intervista, oppure di averla vista in televisione.

 

Ora sono passati dieci anni da quell’intervista. Samir ha novantacinque anni, io sette in meno. Mi è stato diagnosticato un tumore ai polmoni, mi rimane meno di un anno di vita, ma sono felice: i miei nipotini sono cresciuti e ora il più grande ha trovato un posto di lavoro, mentre il più piccolo ha appena concluso la scuola media ottenendo le migliori note di tutto l’istituto. Ho deciso di pubblicare questa intervista perché sento dentro di me che chi leggerà queste parole, sarà, come me, una persona più ricca.

Sam Bobrowski

 

 

 

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