Qualcosa di Buono

Racconto di Greta Romano, 2F

 

 

L’altro giorno ero nel mio letto, cercando di dormire. E come ogni

maledetta notte, l’insonnia mi distruggeva. Forse è colpa della mia

solitudine se l’insonnia mi uccide pian piano. Forse con qualcuno

accanto a te nel letto ti addormenti senza problemi.

Forse.

Chissà se lo scoprirò mai.

 

Abito da solo in un piccolo appartamento in centro città, durante

la notte si possono ascoltarne i movimenti. All’inizio era

interessante, quando ero ancora voglioso di vivere, ma adesso mi

sembra così monotono; sempre i soliti ubriachi attaccabrighe o i

ragazzi che si divertono facendo stupidate. All’inizio mi piaceva,

potevo ascoltare pezzi di vita delle altre persone, farmi un po’ gli

affari altrui, oltre che costruire pezzo dopo pezzo la mia di vita.

Dopo tutte le lezioni di vita di mio padre, credevo di esserne

capace. Ma mi sbagliavo, come sempre. Perché ero sempre io ad

avere torto? No, mi sto lamentando, è solo una semplice

domanda. Avevo lavorato duro per quattro anni di seguito per

costruirmi un futuro secondo me brillante, ricevendo una laurea

in archeologia; pensavo di viaggiare per il mondo, fare scoperte

eccezionali e soprattutto di amare il mio lavoro. Invece sono

finito in uno squallido ufficio a preparare caffè al mio capo e a

lustrargli le scarpe, deludendo tutti coloro che, anche

minimamente, credevano in me. E ditemi se è per questo che ho

lasciato il mio paese, la mia famiglia, i miei amici e addirittura la

mia lingua. Non credo proprio. In più, non è che la mia

famiglia sia mai stata molto ricca, e questo non contribuisce

molto.

 

Comunque, tornando al discorso di prima, ero nel letto ad ascoltare la città, quando sentii la porta principale del mio palazzo aprirsi e richiudersi. Strano. Dopo quelli che mi parvero due minuti (quando non riesco a dormire perdo il senso del tempo) qualcuno suonò alla mia porta. Alle tre di mattina. E vorrei precisare che non viene praticamente mai nessuno da me. Non sapevo che fare: poteva essere un assassino, un ladro, oppure soltanto qualcuno che aveva sbagliato appartamento.

Scesi lentamente dal letto; sapevo che, chiunque fosse, non poteva sentirmi da dietro la porta, ma avevo ad ogni modo paura.

-Nonna, ci sei? Sono Helena, lo sai!- si sentì da dietro la porta. Decisamente questa “Helena” aveva sbagliato porta.

-Dai, ti avevo detto che venivo a dormire da te! Non dirmi che te lo sei già dimenticata, nonna?!-

Una sconosciuta aveva appena suonato al mio campanello nel bel mezzo della notte, e mi aveva chiamato nonna. Capita tutte le notti, vero? Non proprio. Aprii la porta.

-Mi sa che hai sbagliato porta, cara Helena- dissi.

Nello scoprire che non ero sua nonna arrossì, gesticolò un attimo con le mani e disse, talmente velocemente che quasi non capii:

-Oh… Be’, si ecco, credo che tu non sia mia nonna.-

Si fermò un momento e probabilmente si rese conto che aveva appena suonato il campanello di uno sconosciuto in piena notte, ma la sua reazione non era proprio quella che mi aspettavo.

-Ma aspetta un attimo, che ore sono?-, si guardò il polso sinistro, -le tre? Mi dispiace tanto, ti ho svegliato? Scusami, non volevo, ero convinta che…-

La interruppi.

-Non preoccuparti, ero comunque sveglio, non importa.-

-Ma non credo succeda spesso che una sconosciuta arrivi da te nel bel mezzo della notte- disse ridendo un po’. Risi anche io. A volte basta una semplice risata per non pensarci più.

-Allora, ti lascio al tuo non-dormire- sorrise -come…?-

-John.-

-…John.-

Se ne andò. Aveva qualcosa di buono. Era qualcosa di buono.

 

Chiusi la porta e tornai dentro. Mi buttai sul letto con le braccia spalancate, guardai il soffitto e sospirai. Chiusi gli occhi: volevo inchiodare nella memoria l’immagine di quella ragazza.

Capelli rossi, lunghi e mossi, occhi blu elettrico, una spolverata di lentiggini e la carnagione chiara. Era più bassa di me, mi arrivava al mento, e aveva un sorriso stupendo. Mi aveva portato un po’ di serenità, quella notte, perché mi addormentai con un sorriso da idiota stampato in faccia, pensando a Helena.

 

La mattina dopo mi svegliai e un dolore atroce alle gambe mi sorprese. Mi ero addormentato in una posizione un po’ scomoda e le gambe si erano addormentate. Mi tirai su a sedere e presi il telefono. Erano le 9.34 del 15 maggio. Non dovevo andare al lavoro, così mi vestii e uscii di casa. Mi incamminai verso un bar, quello in cui avevo mangiato con i miei genitori l’ultima volta che sono stati qua. Mi mancavano tanto.

Mi sedetti ad un tavolino seminascosto dalle piante, sulla terrazza. Ordinai un caffè e aspettai pensando. Chissà se avrei rivisto Helena, la ragazza dai capelli rossi. Perché pensavo così tanto a lei? Forse mi ero preso una cotta. L’ultima volta che sono stato con una ragazza, questa mi ha lasciato dicendo che ero troppo appiccicoso.

Il cameriere mi portò il caffè. Ma c’era qualcun altro oltre al cameriere. Helena si sedette sulla sedia di fronte a me.

-Mi piace questo bar- disse, più a sé stessa -mi ricorda quando ero piccola.-

-Bevi qualcosa?-, le chiesi.

-Un tè, grazie. Dormito bene?-, rise.

-Come un agnellino-, risi e bevvi un sorso di caffè, era bollente.

-Non per essere invadente, ma come mai eri sveglio? Insomma, di solito la notte si dorme e…-

-Ascoltavo la città-, risposi, -e tu come mai andavi da tua nonna a quell’ora?-

-Oh, andiamo non sei mai stato a una festa?-, disse prendendomi in giro, -Ascoltavi la città? E che cosa vorrebbe significare?-

-Ascoltare la città… Sai, quando non riesco a dormire, il che vale a dire sempre, ascolto la città; le macchine che passano, il treno che corre via, i cani che abbaiano, la gente che ride, o che piange, o che litiga. Rilassante ogni tanto, anche se ultimamente è piuttosto monotono.-

-E perché non riesci a dormire?-

-Insonnia-, sospirai.

-Dovuta a cosa?-

-Io non… Perché mi fai tutte queste domande? Non ci conosciamo nemmeno!-, senza volerlo alzai un po’ la voce.

-Mia nonna mi ha raccontato di te-, la guardai con uno sguardo confuso, -e mi ha detto che passi tutto il tempo da solo. Ha detto che non vieni mai a casa con qualche amico, o amica, e volevo farti un po’ di compagnia.-

-Be’ non ho bisogno della tua compagnia! Riesco ad andare avanti anche da solo, grazie!-

Adesso ero arrabbiato. Delle lacrime si stavano formando nei miei occhi, ma le trattenni. Mi alzai, e feci per andarmene, ma Helena mi fermò:

-John Helmsson, ascoltami: forse la città dovresti viverla, piuttosto che ascoltarla, non credi?-

-Io… Non ho bisogno di te.-

Me ne andai a passo veloce, lasciando qualche moneta sul tavolo del bar. Camminando mi misi le mani in tasca; c’era qualcosa dentro. Era un tovagliolo del bar, con una scritta fatta a mano:

 

Craven Road 6, vieni stasera

 

Era una via, ed era la via di Helena.

Non ci andai mai. Fu l’errore più grosso di tutta la mia vita

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